giovedì 4 luglio 2013

Il compagno di banco


In piazza “San Ciriaco Diacono e Martire” c’è una scuola elementare.
Un bambino di otto anni trascorre spesso la pausa della ricreazione rivolto verso il muro, nell’angolo dello stanzone della scuola, mentre gli altri scolari riempiono di chiacchiericcio, risatine e briciole, lo spazio intorno.
Quel bambino sta nell’angolo quando la maestra lo mette in punizione. Oggi è uno di quei giorni.
-      Mi scappa la pipì! . - esclama il bambino.
-       Resisti, non è ancora terminata la tua punizione.
-       Mi scappa tanto.
-       Devi imparare a trattenere gli istinti. Su, è un piccolo sforzo, obbedisci per una volta alla maestra.
-       Sto per farla.
-      E va bene! Andiamo al bagno allora, ti seguirò fino alla porta. Fai in fretta, l’ora della merenda è quasi finita e dobbiamo tornare in classe.
Così il bambino si volta, lascia l’angolo del muro e passa a testa alta in mezzo agli altri alunni che lo guardano ma non osano schernirlo. Egli è conosciuto a scuola come un tipo poco socievole e, soprattutto, capace di improvvisi scatti di ira. Difficile da immaginare per un corpo così minuto eppure, proprio stamattina, il bambino ha sollevato una sedia e l’ha scagliata contro un compagno soltanto perché il malcapitato aveva confuso una penna con la sua.
Il bambino entra in bagno. La maestra aspetta fuori.
Passa meno di un minuto. Il bambino esce dal bagno.
-     Com’è possibile? Non hai fatto niente, vero? Non ho sentito la tua pipì. Non era mica una bugia per prendere in giro la maestra?!
Il bambino alza gli occhi verso la donna e scoppia in una fragorosa risata.
-     Sei un maleducato, insolente, farò chiamare i tuoi genitori. E adesso torna immediatamente nell’angolo!
Il bambino attraversa di nuovo lo stuolo dei compagni, sempre più allibiti da quella sfrontatezza. Egli non ha alcuna fretta di tornare al suo posto anzi, quando arriva in mezzo allo stanzone, rallenta il passo e guarda tutti, uno ad uno, con un sorriso altro che benevolo; poi si riposiziona, il viso rivolto verso il muro.
-          Ma… ma… ti rendi conto che il tuo è un comportamento da… da…da… bambino cattivo?.
Silenzio.
-          … Vuoi rispondere alla tua maestra, per favore?
Di nuovo silenzio.
Intanto gli altri bambini smettono di muoversi o correre tra lo stanzone e il corridoio, a piccoli passi si avvicinano tra loro, nessuno ha il coraggio di fiatare. Cartacce di merendine a terra, occhi calamitati verso l’angolo, da dove, ad un tratto:
-          La mia maestra ha i capelli lunghi ma io gli e li taglierò con le forbici.
-          Che cosa? – esclama incredula l’insegnante.
-          Poi raccoglierò i capelli e li butterò nella pentola grande giù alla mensa. Mescolati al sugo. Tutti i bambini mangeranno i capelli della maestra. Qualcuno si strozzerà?
-          Che parole sono queste? Smettila di dire simili cattiverie.
Il bambino non si volta ma è il suo corpo che inizia a vibrare in preda ad una strana estasi, le parole escono lo stesso una dopo l’altra:
-          Alla mia festa di compleanno inviterò i compagni di classe. Da bere ci sarà alcool per tutti.
-          Cosa stai dicendo? E perché tremi? Hai freddo?
-          Poi spegneremo insieme le candeline. Alcool 90° gradi e succo di frutta.
-      Calmati e… ritira subito queste parole. Sono scherzi che non si fanno, brutti scherzi, non vanno neanche pensati. Lo vedi che poi ti senti male anche tu?
-        Le gole dei compagni sputeranno fiamme.  La scuola andrà a fuoco. Tutti bruceranno dalla bocca! Lingue squagliate, denti rotti,  labbra a pezzettini.
-          Ma cosa dici, come ti vengono in mente simili cattiverie e…cos’hai?
-          Brandelli dappertutto. E capelli in gola.
-          Ma perché tremi? Fermati …i tuoi compagni ti ascoltano, chiedi subito scusa!
-       Bruciato. Bruciato! Tutto diventerà nero, puzzerà di cenere e sarà… bello! Al fuoco i colori, i libri, gli astucci, i grembiuli.
-  Smettila!
-  I compagni di banco e le maestre. Devo fare pulizia, buttare via tutto e mettere in ordine la cameretta. Invece no, brucerò anche quella, così sarà in ordine subito. Non vedo l’ora!
-          Basta! Silenzio, smettila ho detto!
Per le ultime esclamazioni provenienti da un corpo che ormai trema da capo a piedi e vibra come una fiammella,  la maestra si alza di scatto dalla sedia poi rapida, agli altri bambini, quasi sottovoce:
-          Voi tornate in classe, la ricreazione è finita. Svelti!
Una biondina con due lunghe trecce che cadono lungo il grembiule, senza ben comprendere la gravità della situazione:
-          Maestra, e tu non vieni?
Il bambino vibrante a sorpresa rincara la dose:
-          Non può.
-          Certo, arrivo subito, andate in classe voi ora, fate in fretta. – ribatte pronta la maestra.
-          Maestra lo sai che non è vero. – insiste lui.
I bambini si allontanano velocemente da quell’angolo dello stanzone mentre la maestra tenta un passo verso lo scolaro ormai fuori controllo:
-          Stai delirando, cosa ti succede, ti senti male, ti fa male la testa? Parla con la tua maestra!
-          Resterai qui con me, sono un bambino, potrei farmi del male se mi lasci da solo.
-          Ma certo mi vedi, voltati, non mi muovo da qui.
-          Non è bene lasciare i bambini da soli. Non è bene.
-          Tu non sei solo, guardami, sono con te.
-          Ma cosa è bene e cosa male? Lo insegnano le maestre?
-          Ve l’ho spiegato tante volt..
-         E a loro chi gli e lo ha insegnato? Poi qualcuno brucia i bambini se rimangono da soli. Questo lo sanno le maestre?
-          Ricominci con queste brutte parole, no. Calmati, ti preg…
-          Qualcuno i bambini li prende e li brucia.
-          Ma non è vero, tutti vogliono bene ai bamb..
-          E’ falso! Bugia, bugia!! C’è scritto sui libri.
-          Ma cosa, dove lo hai letto?
-          C’è scritto?! Chi lo ha scritto?
-          Scritto… cosa?
-          Che i bambini escono dalla torre come fumo, al fuoco, non li lasciate soli, qualcuno li prende, brucio anch’io. No, io no. Io non brucio. I miei capelli no. Io non posso. I capelli dei bambini sono troppo leggeri. Poi si strozzano.Volano via. Allora gli do fuoco. La cenere vola via. Li guardo, li voglio tutti.
-          Ma che diavolo…
-          E’ questa la verità, solo questa è la storia vera!
La maestra fissa la schiena del piccolo, non riesce a parlare.
Suona la campanella. Il rumore metallico scuote l'animo atterrito della maestra.
Quando il suono finisce, la donna riesce a prendere un ampio respiro. Poi allunga un braccio verso la spalla destra del bambino, la tocca e lascia che lentamente il palmo si distenda per quel contatto. Il peso della mano preme sulla spalla acerba. Il corpo del piccolo lentamente smette di tremare. La mano della maestra avverte che il grembiule è bagnato, sudato,  il respiro veloce, è il cuore del bambino che sotto batte forte. Silenzio.
-          Finita. La ricreazione è finita. Andiamo in classe.
-          … La mia punizione.
-          Anche quella, finita. Non preoccuparti. Torniamo dai tuoi compagni.
-          I miei compagni. Sono rimasti soli fino adesso?
-          Sì…cioè no…ti stanno aspettando…soli, per un attimo…
Silenzio.
-          E la bambina bionda con le trecce?
-      Chi… Lucrezia? E’ in classe con gli altri. Sempre al primo banco, per stare vicino alla maestra, che brava bimba. Lo sai che Lucrezia è così buona.
-          Voglio sedermi vicino a lei.
-          A Lucrezia? Va bene…Ti farà bene.
-          Non deve mai più rimanere sola.
Il bambino rimasto fino ad ora verso il muro, si volta.
I capillari degli occhi sono tutti lì, rossi a fissare il corridoio dall’altra parte dello stanzone.
Senza rivolgere uno sguardo alla maestra, egli si stacca dal muro e attraversa lo spazio lasciato deserto. Si dirige verso la sua classe.
La maestra subito lo segue ma non riesce a stargli dietro, lui è rapido nei passi, lei per raggiungerlo deve quasi correre.
Arrivati sulla porta della terza D, il bambino si blocca, abbassa la testa ma alza lo sguardo.
-          Maestra, diglielo tu a Lucrezia.
-          Che sarai il suo compagno di banco?
-          No. Che voglio le sue trecce.








domenica 2 giugno 2013

Oinch,oinch,oinch

Apro il cancello della palazzina e... sto.
Un'auto è parcheggiata a trenta centimetri dal cancello. Non posso uscire. Per farlo potrei solo arrampicarmi sul cofano. Sono anni che desidero arrampicarmi sui cofani.
Dal bar di fronte qualcuno mi vede, quelli controllano tutto: "Ahoo, mo pe uscì te ce vole n'astaa!!"
Già, un'asta. Da dare sulla schiena al furbo che ha parcheggiato, penso io.
Mentre penso, butto un occhio dentro l'auto. Ma c'è un bambino?!?

Sta dormendo nel seggiolino sul sedile posteriore.
Intanto qualcuno del bar ha avvisato il proprietario dell'auto, infatti un uomo esce e si avvicina.
Oinch, oinch, oinch, mastica una gomma e mi guarda, sorriso sornione, di un uomo pancione.
Machetteridi?!Penso ancora io, le penso tutte e me le tengo per me, forse è meglio.
Anzi no: "Non ha lasciato spazio per uscire, vede, non c'è proprio spazio".
L'uomo sale in auto e parcheggia poco più avanti, di quel tanto che basta per lasciar libero il passaggio davanti al cancello. Oinch, oinch, oinch, le mie parole completamente ignorate, impastate dal suono della gomma.
Poi lui se ne ritorna al bar.
Ed io esco.

Ma c'era un bambino.
Quel bambino che ha continuato a dormire nel suo seggiolino sul sedile posteriore, ignaro di tutto. 

Di essere parcheggiato a volte qui, a volte lì, un pò più avanti, un pò più indietro....

lunedì 4 marzo 2013

Donna in bilico


“Anche stanotte non ho chiuso occhio. Da quando sto a Parigi, non riesco a dormire. Non sono i rumori della città a tenermi sveglia ma la luce. Questa luce artificiale che mi segue tutto il giorno. Coprirei il mio viso con le mani, mi abbasserei le palpebre a forza, se potessi. Più di cinque secoli nella stessa posizione, ho anche i palmi gonfi ormai. Eccolo, di nuovo il soffio lungo la schiena. Eppure nella sala non ci sono finestre. Sarà la brezza del fiume, il vento che alita tra quelle valli, dietro di me. Non posso vederle ma so che ci sono. Non è il sole a scaldarmi, piuttosto i capelli che hai dipinto oltre le mie spalle. Dovrei ringraziarti per questo? Leonardo, te lo dico, quanto vorrei scendere da qui.”
A pronunciare queste parole è una donna sulla cinquantina, lineamenti d’altri tempi, abito scuro, scollato.
La donna è seduta in bilico sulla parte esterna della ringhiera di un terrazzino, al terzo piano di un palazzo.
Sotto di lei, in mezzo alla strada, una signora in pantofole si stringe nel maglione mentre tiene lo sguardo rivolto all’insù, è la vicina di casa della donna in bilico.
Un uomo, che sta passando svelto davanti a quel palazzo, nota la signora in pantofole, segue la direzione del suo sguardo e si accorge della donna sulla ringhiera.
“Oddio, ma cosa sta facendo lassù?”
“Cerca la posizione giusta.” – risponde la donna, la vicina di casa, senza distogliere lo sguardo verso l’alto.
“Ma è pericolosissimo, quale posizione giusta? Deve scendere immediatamente, qualcuno faccia qualcosa! Da quanto tempo è lì? Possibile che nessuno sia ancora intervenuto?.” – il passante non riesce a credere a ciò che gli si presenta davanti quella mattina quando, come tutti gli altri giorni, è in giro per entrare ed uscire da vari uffici e sbrigare la solita burocrazia.
“Saranno dieci minuti che sta così ".
"Quanti?!" .
"Il tempo di ripetere quella manfrina, ormai conosco le parole a memoria."
"Cosa sta dicendo?" - incalza sempre più attonito il passante.
"Quella povera donna cerca solo di essere ancora la passione del marito.
"Che?".
" Era un pittore, Leonardo Gasparoni. Lo conosce?".
Il passante guarda la signora con l’espressione di chi pensa che probabilmente avrebbe dovuto conoscere tale Leonardo Gasparoni ma forse anche no.
"E’ morto".
"No, non lo conosco". – il passante si sente quasi in difetto per quella mancanza.
"Un grande artista, grande. Non mi intendo di certa roba ma i quadri del Signor Gasparoni erano proprio belli, solo ritratti. Fare ritratti è più difficile che disegnare mele e pere, è d’accordo? I visi non rimango sempre uguali, bisogna sbrigarsi, passa un minuto e la ruga cambia. Lei dipinge?".
"Io? No, non sono mai stato bravo con il disegno". – il passante ascolta e risponde alla signora ma rimane con gli occhi incollati a guardare quella donna seduta sulla ringhiera del terzo piano. Come volesse scongiurare il peggio solo con lo sguardo.
"E chi dice che bisogna essere bravi. Ci vuole estro! Quando era vivo il marito, i Gasparoni mi chiamavano per fare le pulizie così le vedevo. Tutte quelle facce appese in ogni angolo della casa, persino in bagno. Non erano solo dipinti.  Quella era gente viva. Viva. Mi capisce? Le sognavo anche la notte.”
"Ma lei non lo sa?".
"Che il marito è morto? Ma certo! Non è mica matta. Solo non se ne vuole fare una ragione. Negli ultimi tempi il Signor Leonardo si era messo in testa di copiare la Gioconda, diceva che la sua sarebbe stata un’opera migliore di quella che sta al Louvre. Secondo me ci poteva riuscire benissimo. Una volta ha anche messo il pennello nel caffè, scambiandolo per un cucchiaino. Non vedeva altro.".
La donna si avvicina al passante, posa una mano sull’avambraccio di lui e abbassa il tono di voce, con tono confidenziale:
"Un giorno la Signora Gasparoni ha avuto la febbre alta, delirava quasi, fortuna che ho pensato io a comperare le medicine, altrimenti nessuno sarebbe uscito da quell’appartamento per assistere la poveretta... Quella volta ho capito".
Poi la donna torna nella posizione iniziale, stringendosi sempre più nel maglione, l’aria del mattino è ancora fresca. Gli occhi a puntare il terzo piano.
"Capito cosa?".
"Una volta sono andata in gita a Parigi, ha presente i viaggi organizzati? Da sola non mi muovo, ma mi sono iscritta al gruppo vacanze della parrocchia con la signorina Marisa, si fa ancora chiamare così ma ha settantadue anni Marisa la signorina. Comunque, quella volta, ho visto proprio La Gioconda. Quella famosa! Ma cosa avrà di tanto importante ho chiesto alla Marisa, era un quadro piccolo, lungo un corridoio, neanche la signorina di settantadue anni ha saputo darmi una risposta.
"Ma cosa c'entra?!?"
"Eh, l’arte rende pazzi, ignoranti ooo…" La signora guarda l’uomo al suo fianco senza terminare la frase. L’uomo ascolta, aspetta, poi si volta. I due si fissano.
"Oppure?".
"Gelosi!"
"Gelosi?"
 "Ma sì!"
"Mi faccia capire".
"La signora Gasparoni era gelosa di quella Gioconda, cioè non del quadro, quello è un quadro, ma della donna dipinta, la Monnalisa. Il marito ci parlava, diceva che aveva una bellezza irraggiungibile da qualsiasi altra donna e quella posizione così accattivante, accattivante diceva il signor Gasparoni, seduta di tre quarti, per me davvero scomoda, io sentivo tutto mentre facevo le pulizie e la vedevo poi la signora Gasparoni che cercava in ogni modo di assomigliare a quell’altra donna e avere ancora addosso gli occhi del suo uomo, altro che la Monnalisa. Ecco perché ora sta lassù, in faccia al cielo, dove riposa il marito in eterno, e tenta di mettersi in quella posizione, davanti a lui, accattivante, diceva. Per riconquistare il suo uomo - Lo sa, al funerale eravamo soltanto in cinque, la Gasparoni, io, la signorina Marisa, il prete. E il morto."
Il passante rimane un attimo in silenzio ad osservare l’equilibrista, quella donna sola. Poi sbotta.
"E i pompieri, la polizia, non stanno facendo nulla!? Perché non li ha chiamati? Non interviene nessuno, com’è possibile tutto questo?" .
"Qui nel quartiere conosciamo già come andrà a finire, non è la prima volta. Anzi, sa mica che ore sono?"
L'uomo non fa in tempo a rispondere che, dalle campane della chiesa, si sentono in quell’istante nove rintocchi.
"Perfetto, orario di apertura del Museo. Ora faccia silenzio. Ci siamo."
Dal terzo piano giunge la voce della donna seduta sulla ringhiera, con un tono tale da poterne udire distintamente le parole:
"Tra poco entreranno migliaia di occhi, come ogni giorno, e mi supplicheranno di essere compatiti, aiutati, desiderati. E’ forse questa la mia funzione? Può darsi. Se mi hai creata per alleviare la solitudine del popolo, allora ho deciso, resterò qui! Che non manchi mai a nessuno uno sguardo di comprensione."
Pronunciate queste parole, la donna del terzo piano, con stupefacente agilità, alza le gambe e scavalca la ringhiera, rientrando così nella parte interna del terrazzino, al sicuro. Apre la portafinestra per poi richiuderla dietro di sé. Scompare oltre i vetri e  allo sguardo di chi è rimasto sotto.
"Visto? E’ di nuovo tutto finito." – conclude rasserenata la vicina di casa - "Possiamo andare".
"Come di nuovo? Finito? E se quella donna ci riprova? Non può rischiare così la propria incolumità, mi sembra assurdo, qui c'è bisogno di un ricovero!".
" Ah, ma quale ricovero? E crede che non lo farebbe anche dalla finestra di un ospedale, non si affaccerebbe ogni giorno anche da lì? Non le rimane altro ormai, niente figli, mai più marito…”
"Almeno sarebbe controllata a vista!"
"E noi cosa abbiamo fatto? Anche qui è guardata a vista da me, da lei, dai passanti che per la Signora Gasparoni sono come i visitatori del Museo".
Il volto del signore acquista un’espressione di totale incredulità. La vicina di casa invece concede al passante le ultime definitive spiegazioni, quasi fosse una guida turistica.
"La rendiamo contenta così, mi segue? Anzi grazie, meno male che non ero sola, anche oggi abbiamo realizzato il suo gioco".
"Gioco?"
"Qualcuno che si fermi a guardarla e ad ascoltarla con attenzione, almeno per un istante."
"Sta dicendo che è tutto finto? Quella donna in bilico sulla ringhiera del terzo piano è solo una messa in scena?".
"Un quadro".
"Un quadro? Ma cosa? Che cosa significa?".
"Che a volte basta così poco per sopravvivere".
Il signore in impermeabile rimane ammutolito, troppi pensieri gli si affastellano in testa, quell’aria frizzantina del mattino poi inizia a sentirla, gli stringe la nuca. L’uomo osserva il volto sereno della donna in pantofole poi si volge attorno. L’edicolante dall’altra parte della strada, i ragazzi fermi ad aspettare l’autobus, pure una vecchietta che porta a spasso il cane, hanno tutti gli occhi puntati su di lui.
E’ la donna a rompere il silenzio:
"Torno alle mie faccende domestiche… posso offrirle un caffè?"
Sconcertato, l'uomo guarda l’orologio che lo riconduce alla sua realtà, sono passate le nove ormai da alcuni minuti.
"La ringrazio ma sono in ritardo, mi aspettano in ufficio. Mi dispiace...gradirei volentieri, mi creda. Devo proprio andare".
La vicina di casa allunga una mano infreddolita e stringe quella calda del signore:
"Allora arrivederci".
"... Arrivederci".
"E grazie".
"Di cosa?... - l'uomo rimane con le parole in bocca, non trova nulla da aggiungere.
La donna allora si avvia al portone del palazzo. Prima di infilare la chiave nella toppa si volta, l’uomo è ancora lì con lo sguardo perso tra l’alto, il basso e tutt’attorno.
"Ah, la prossima volta le mostrerò le foto di Parigi!"
"Sì... la prossima...volta" -  balbetta il signore, stringendosi nell’impermeabile beige.
Poi il portone si chiude. La donna scompare lungo scale.






mercoledì 6 febbraio 2013

Rosso Pomodoro

In metro.
Due amiche, un solo iPodMp3, due orecchie a cui collegare le cuffiette, una per capoccia.
Cantano, all'unisono.
Una delle due ha in mano un sacchetto di carta.
Dal sacchetto, estrae una pizzetta e la mangia. Estrae una seconda pizzetta e la mangia. Estrae una terza pizzetta e la mangia.
Quella ragazza estrae pizzette e se le mangia.
Ma le offre anche all'amica.
Prima l'amica fa un cenno per il "no" poi, tempo un secondo, inizia a fissare il sacchetto.
Ecco che... pure lei estrae una pizzetta, ma una sola sola, e se la mangia.
A questo punto quell'amica guarda l'amica che continua ad estrarre pizzette e a mangiarle.
Allora anche lei, estrae una seconda pizzetta.
Le due cantano, estraggono pizzette e mangiano. All'unisono.
Ad un tratto la prima, che non ha mai smesso di estrarre pizzette, esclama stupita: "Martì, guarda! C'ho er pomodoro sotto le unghie!!" - "Amo', te l'avevo detto che te ne stavi a magnà troppe!".
La metro arriva. Il sacchetto è vuoto.
Escono.

Quelle unghie sono lunghe e hanno lo smalto rosso. Come la tuta che la ragazza indossa al momento. Come il pomodoro delle pizzette. La classe non è salsa.

sabato 2 febbraio 2013

Cose che accadono.1

Scusi dovrebbe esserci un concerto, ne sa qualcosa? Non qui, ma al Forlanini. E questo cos'è? Il San Camillo. Arrivi in fondo, esca dal cancello e poi giri a sinistra. Grazie. Si figuri.
...corro corro corro...e mi perdo tra i padiglioni.
Mi scusi, cerco il Forlanini. Ma è grande, questo è tutto Forlanini. Non era il San Camillo? San Camillo e Forlanini, un pò tutto insieme un pò divisi. Comunque vada di là. Chiarissimo, grazie.
...corro corro corro...e giro a vuoto tra i padiglioni.
Scusate il Forlanini, qual è? Ma non è qui, deve uscire dal cancello, questo è tutto San Camillo. Eh?? Seguici.Grazie!
...cammino, cammino, cammino...rischio di fare tardi...li saluto e corro, corro, corro, sono fuori dal cancello.
Senta, mi dica dov'è il Forlanini. Ci sei quasi, segui la discesa. Grazie.
....scendo, scendo, scendo...
Signorinaaaaaa. Che c'èèèèè?. Ho sbagliato, torni indietro, doveva proseguire quassù. Che cosa????
....risalgo, risalgo, risalgo....corro, corro, corro....e ARRIVO!!!?!?!
Dalla porta a vetri entra e siede al pianoforte Nicola Piovani.
Attacco.
Di cuore, a me.

venerdì 1 febbraio 2013

Il silenzio dei Cesari

Quando arrivo io, gli altri sono già in fila per sbrigare le procedure.
Tocca a me e consegno la borsa, la carta d’identità, in cambio prendo un tesserino con il numero per ritirare di nuovo la mia roba all’ uscita.
Ci fanno entrare a gruppi.
Attraversiamo il primo corridoio dell’edificio e arriviamo in uno spazio aperto, sembra una piazza normale, c'è pure la Chiesa con davanti la statua di Padre Pio. Intorno gazebi bianchi, come quelli delle feste di paese. Chissà quali sagre daranno qui.
Pensiero a vuoto.
Scendiamo nel retro della chiesa.
La sala contiene ad occhio 200 posti,  divisi in quattro settori: A,B,C,D.
Mi siedo nel settore A, quarta fila centrale, perfetto.
Alcune persone scelgono il settore C.
Arriva un uomo e chiede loro di alzarsi, bisogna occupare per primi i posti che sono più avanti. Le persone eseguono, senza repliche, il settore C si libera e si riempie accanto a me il settore A.
Appena quelle persone si sono sedute, arriva un altro uomo che chiede di lasciare libera la prima fila del settore A. Tutti di nuovo si alzano, senza repliche, liberano la prima fila del settore A e tornano nel settore C.
Ecco però un terzo uomo, nel settore C, che chiede loro di sgomberare quella parte, le prime due file del settore A e di sedersi invece nella zona D.
A questo punto, il caldo misto a perplessità crescente fanno sbottare una persona: ” Ma insomma cos’è tutto questo tricche e tracche?!”.
 “Non siamo in un posto qualunque, se c’è qualcosa che non le va bene, lei è libero di andarsene!” - replica il terzo uomo, con garbo ma deciso.
Tutti siedono imbarazzati, nel settore D, senza più fiatare.
Passa mezz'ora.
Ad un tratto le porte d’ingresso vengono spalancate, un gruppo di circa quaranta persone entra nella sala. Quei quaranta occupano proprio il settore C.
Quindi era prenotato!
I quaranta devono sedere affiancati, senza lasciare posti vuoti nel mezzo e non è per farsi compagnia.
Neppure da loro sono ammesse repliche ma, se qualcosa non andasse bene, insomma secondo i gusti personali, i quaranta non sono liberi di andarsene.
Detenuti della sezione G-12, Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia.
Sono venuti ad applaudire i compagni, oggi nel loro teatro c’è spettacolo.
E adesso per tutti i settori, tutte le lettere dalla A alla G, un solo ordine: silenzio!

domenica 27 gennaio 2013

Vini e Liquori



Vini e Liquori - è il cartello che pende dal soffitto ad indicare la corsia.
Una ragazza sta da cinque minuti davanti agli scaffali, prende in mano le bottiglie dei vini bianchi, ne legge le etichette, la provenienza, se sono vitigni doc. Poi si sposta nella sezione dei rossi, prende in mano le bottiglie, ne legge le etichette, la provenienza e se sono vitigni doc. Come se cambiasse qualcosa, tanto non se ne intende.
Il fatto è che la scelta del vino da portare ad una cena richiede sempre un minimo di tempo, occorre convincersi di aver comperato una bottiglia da intenditori.
Mentre la ragazza è ancora lì a cercare una soluzione suddivisa per regioni, una donna le passa accanto.
La sconosciuta ha il viso minuto ma tutto labbra, spalle cadenti, indossa tuta e giacca a vento che evidentemente ricoprono il suo corpo da più giorni del dovuto. Si avverte anche nell’aria. Tra le dita ha una sigaretta fatta col tabacco, la sigaretta è spenta.
Dietro la donna, un uomo dal fisico asciutto e gli occhi piccoli, pantaloni da lavoro impolverati e scarpe antinfortunistica ai piedi, con una mano tiene il cellulare all’orecchio, nell’altra regge una damigiana da 5 litri di vino rosso.
A volume basso ma non tanto da non farsi sentire, la donna bofonchia: “Che schifo, fate schifo, sempre lì state a pensare, mi fate schifo!”.
La ragazza che vede i due e sente le parole della donna allunga impulsivamente la mano tra le bottiglie esposte sullo scaffale, ne afferra una per il collo e si allontana verso la cassa. La scelta è ormai fatta.
Dopo pochi secondi, la coppia sopraggiunge.
La donna fissa la cassiera: “Mica una è pornostar, per loro sono tutte delle pornostar. Mi fanno schifo”  -  “Sta zitta!” l' ammutolisce l'uomo, che si svolta di scatto mantenendo il cellulare all’orecchio.
La cassiera spaurita guarda la ragazza che cerca di camuffare un sorriso di rassicurazione.
L’uomo paga, la donna lo segue, i due escono. Fuori dal supermercato si appoggiano al muretto che separa dalla strada e non si guardano.
L’uomo continua la sua telefonata, tiene il cellulare con la mano dalla pelle ruvida e tagliata dal freddo.
La donna gli sta accanto, si accende la sigaretta, fa un tiro, poi incassa la testa nel collo del giaccone.
Tra lui e lei, a terra, una damigiana da 5 litri di vino rosso.
Passa la ragazza con il sacchetto della spesa, dentro c’è la bottiglia per la cena.
Vino corposo e intenso, elegante e persistente, ricco di piacevoli sentori fruttati.
Liquoroso?
Stavolta sì, ha proprio sbagliato bottiglia.