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sabato 20 ottobre 2012

Desaparecido



Era l’orgoglio del girone dei coltelli, il più affilato, il più leggero, il più maneggevole. Sapeva tagliare le zucchine in dischi perfetti, le carote non opponevano alcuna resistenza, le patate si lasciavano pelare quasi fossero accarezzate da lui. Piaceva a tutti, mestoli compresi. Sapevano che ci si poteva fidare, non avrebbe mai usato la sua lama senza prima chiedere il permesso.
Una sera la padrona di casa rientrò tardi, molto tardi, barcollando. Aveva bevuto troppo. Andò in cucina, aprì il frigorifero e tirò fuori la mezza anguria che riposava lì dentro. Dato il peso e i tacchi, quasi stavano per cadere lei e l’anguria che, per lo spavento, arrossì di più.
La donna poggiò malamente l’anguria sopra il tavolo della cucina poi si volse, uno sguardo annebbiato ma lo vide. Luminoso, tagliente, sempre pronto all’uso. Lo afferrò per il manico e iniziò a conficcarlo nella polpa. Una, due, tre volte, direzioni vaghe anche colpi a vuoto. Mai lui aveva compiuto un lavoro così maldestro, che vergogna. Più tagliava fette sghembe e più lei se le infilava in bocca, una furia affamata e senza tregua. Schizzi rossi ovunque, estremi afflati di un' anguria agonizzante.
All’ultimo morso, il tavolo era pieno di scorze e tranci laceri.
La padrona si girò di nuovo, uno scatto. Con sguardo basso vide il secchio della spazzatura, lo prese e lo portò a ridosso del tavolo. Spingendo con le mani poi con le avambraccia inzuppate, fece precipitare ogni resto nel secchio.
Era l’alba ormai eppure, non paga del lavoro di pulizia, la donna estrasse il sacchetto pieno dal secchio e iniziò a trascinarlo fuori dalla cucina.
Mentre lo strisciava a terra, gocce di succo colavano e segnavano il pavimento, il sacchetto era trafitto. Da quello spacco si scorgeva la punta di una lama.
Le zucchine, le carote, le patate nel cestino, gli altri coltelli, pure i mestoli osservarono il fatto, ammutoliti.
Lui non tornò più.
Da fuori un tonfo nella raccolta del vetro, si udì bene in cucina, e una forchetta svenne.
La padrona barcollante rientrò in casa. Ebbra di tutto aveva anche sbagliato cassonetto.


giovedì 18 ottobre 2012

Pieghe d'oriente



Un gruppo di pakistani si ritrova ogni giorno nel cortile del bar per giocare a carte. 
I pakistani hanno sempre la camicia perfettamente stirata, fa caldo, tutti indossano quella bianca a maniche corte.
Il cortile del bar è diviso in due parti da una ringhiera: da un lato, tavolini e sedie sparse per gli avventori, dall’altro un unico tavolo grande per il gruppo di pakistani. Quelli che giocano siedono attorno al tavolo grande e gli altri stanno in piedi ad osservare la partita. Nessuno parla, le carte sbattono sul tavolo per i movimenti secchi e decisi dei giocatori. Nessuno parla per tanti minuti. Ognuno rimane composto nella propria posizione. Sembra il tempo infinito che si immagina solo in oriente.
Fino a quando, un brusìo improvviso nasce proprio tra i giocatori seduti al tavolo, allora si aggiungono anche gli altri che sono rimasti in piedi. Inizia un riverbero di suoni, parole, forse commenti, una mossa vincente, diventa confusione, non li capisco ma è un crescendo assoluto, tutti agitano le braccia, quelle braccia scure che spuntano dalle camicie bianche a maniche corte, si scoprono anche le carte.
Poi d’un colpo è di nuovo silenzio.
Non si sente più nulla, i pakistani tornano immobili, ognuno riprende la propria posizione anzi è come se non si siano mai spostati di lì, come se la partita non si sia mai interrotta. 
Anche le camicie non hanno aggiunto una piega. 
Sembra una magia che può succedere solo in oriente.