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venerdì 2 novembre 2012

Carnet de voyage.2



La casa è a 800 metri di altezza, in Francia, lungo il pendio di un monte.
Dalle grandi finestre della casa si vede il panorama, la Svizzera.
Ai lati delle strade ancora resiste qualche cumulo di neve dei giorni scorsi.
Eppure oggi è spuntato il sole.
In basso ci sarebbe la dogana, la frontiera, il confine segnato con la sbarra.
Ma il paesaggio non sembra tanto diverso, da una parte e dall’altra di quella linea.
A vederlo da quassù, dalle grandi finestre della casa di Beaumont.
Le grandi finestre, ma davvero grandi, quasi un’intera parete. Per far entrare la luce, il sole che, quando spunta, lo fa con discrezione. La stessa che si ha quando si passa vicino alle case, tutte con le grandi finestre.
Tutte senza tende.
Allora viene spontaneo guardare dentro, l’importante è farlo con la stessa discrezione di quel sole di frontiera.

giovedì 18 ottobre 2012

Roma e il sole d'ottobre



Zona San Pietro, alla fine di una discesa il semaforo è rosso. 
In testa alla fila, un pulmino bianco con dentro personale ecclesiastico, alla guida un sacerdote. 
Al secondo posto un’auto bianca, alla guida un altro sacerdote, è solo in auto, forse non c’era posto nel pulmino. Dal finestrino dell’auto spunta la testa di quel sacerdote : ”Don Francesco, Don Francescooo” è un giovane prete che cerca di richiamare l’attenzione dell’autista del pulmino. 
Tale Don Francesco però non sente e non risponde, c’è allegro brusìo nell’ abitacolo più grande. 
Mi fermo allora lungo il marciapiede, potrei chiamare io Don Francesco, sarebbe tutto più semplice e forse guadagnerei un punto con il Capo. 
Ma il sacerdote dell’auto insiste con grinta inaspettata dall’abito talare: “Don Francesco, Don Francescoo” . Quale sarà il problema, penso, forse è successo qualcosa di grave. “ Don Francescoo sento puzza di bruciato… devi togliere… il freno a manoooo!!”.

Don Francesco ha guidato il pulmino lungo la discesa con il freno a mano tirato. Rido, perdo il punto e mi allontano sotto il sole d’ottobre. Amen.

Pieghe d'oriente



Un gruppo di pakistani si ritrova ogni giorno nel cortile del bar per giocare a carte. 
I pakistani hanno sempre la camicia perfettamente stirata, fa caldo, tutti indossano quella bianca a maniche corte.
Il cortile del bar è diviso in due parti da una ringhiera: da un lato, tavolini e sedie sparse per gli avventori, dall’altro un unico tavolo grande per il gruppo di pakistani. Quelli che giocano siedono attorno al tavolo grande e gli altri stanno in piedi ad osservare la partita. Nessuno parla, le carte sbattono sul tavolo per i movimenti secchi e decisi dei giocatori. Nessuno parla per tanti minuti. Ognuno rimane composto nella propria posizione. Sembra il tempo infinito che si immagina solo in oriente.
Fino a quando, un brusìo improvviso nasce proprio tra i giocatori seduti al tavolo, allora si aggiungono anche gli altri che sono rimasti in piedi. Inizia un riverbero di suoni, parole, forse commenti, una mossa vincente, diventa confusione, non li capisco ma è un crescendo assoluto, tutti agitano le braccia, quelle braccia scure che spuntano dalle camicie bianche a maniche corte, si scoprono anche le carte.
Poi d’un colpo è di nuovo silenzio.
Non si sente più nulla, i pakistani tornano immobili, ognuno riprende la propria posizione anzi è come se non si siano mai spostati di lì, come se la partita non si sia mai interrotta. 
Anche le camicie non hanno aggiunto una piega. 
Sembra una magia che può succedere solo in oriente.