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martedì 24 settembre 2013

Ricami urbani_2

A 500 metri dall'ingresso del parco.
Un uomo è davanti al bar. Passa l'amico.
L'uomo: Ma guardalo, mò vai sempre a core. Che ce vai a fà se non fai altro che magnà e beve?
L'amico: E' per mantené 'na coerenza de panza.

[Coerenza de panza - Anche questa è Roma d'esta_utunno]

giovedì 4 luglio 2013

Loredana


Un bar alle sette del mattino già infonde aroma di caffè lungo il marciapiede, ogni volta che entra o esce un cliente e si apre la porta d’ingresso.
L’ Happy Bar fa eccezione. Non perché non disponga di ottimo caffè, piuttosto perché alle sette del mattino è ancora chiuso. Per una colazione con brioche e cappuccino, occorre trovare un altro posto. A meno che non si possa attendere fino alle 8 e 30, quando arriva Loredana.
Sono trent’anni che Loredana solleva la saracinesca dell’Happy Bar a quell’ora, per poi abbassarla di nuovo alle 21. Tranne se gioca la Roma. In quel caso il bar non chiude fino a quando non è terminata la partita.
Lo sanno tutti ormai, i clienti della via, gli unici a frequentare l’Happy Bar, conoscono le abitudini di lavoro di Loredana e nessuno si azzarda a contestarle. Per le occasioni in cui si deve partire presto al mattino o si gradirebbe anche un goccetto prima di andare a letto la sera, magari di ritorno da un viaggio o dopo una lunga giornata, i frequentatori dell’Happy Bar sono addirittura disposti a rinunciare al desiderio del momento, pur di non tradire il loro solito spazio esclusivamente a quel bancone. Nessuno cambia bar.
“Loredana devi annà a studià, nun fa come tu madre che dopo te ritrovi ignorante e tajata fori dalla bella vita. La voi fà la bella vita, Loredà? Ah, se ce potessi entrà ‘na volta in quei palazzi coi portoni grandi e che dentro c’hanno er cancello in fero battuto co tutti gli rzigogoli e pure er giardino! Me basterebbe fermamme in mezzo a quelle piante e guardà drento le finestre, tutte quelle stanze cor soffitto a cassettoni in ‘sti tempi moderni, certo che aveccelo quer soffitto significa esse proprio ricchi, i cassettoni!! Loredà, ascortame, ce vole che stai sopra i libri, fallo ‘no sforzo a mamma!”
Così ha sempre detto la signora Lucia, la madre di Loredana, e la figlia fino ai quattordici anni sopra ai libri c’è stata, però nascondendo sotto le lettere che scriveva al fidanzatino Giò o le canzoni di cui imparava subito a memoria il testo, non appena le ascoltava alla radio tre volte.
Loredana, finita la scuola dell’obbligo, era già dietro al bancone del bar. Incinta.
“E mò che famo? Chi je dà da magnà a sto fijolo? Loredà già me spacco la schiena a lavà tutte le scale der palazzo bello, mica ce posso sfamà pure un nipote, nun basta, ce lo sai. E la bancarella de tu padre nun venne miracoli, mica a casa nostra ce stà er soffitto a cassettoni? Quanto me piace quer soffitto! Ammò ce devi pensà tu a stà creatura nova, sarà sempre mi nipote ma più de tanto affetto nun je posso dà... Perché nun m’hai dato retta, bastava no sforzo in più sui libri... tutti sordi buttati.”
Ma Loredana non ha mai chiesto nulla ai genitori da quando ha avuto in sé Luca, il figlio suo e di Giovanni.
L’Happy Bar apparteneva al padre di Giovanni, il quale alla sua morte gli e lo ha lasciato.
Ma proprio Giovanni, un malaugurato venerdì, è finito sotto un’auto, mentre usciva proprio dal suo bar. Non è morto, ma ha riportato lesioni cerebrali che non gli hanno più permesso di stare dietro al bancone. Ed è così che ne ha preso pieno possesso Loredana.
Nella via, le storie di ognuno sono condivise di balcone in balcone, sui pianerottoli, lungo le panche della chiesa, e quello che è accaduto a Giovanni viene raccontato quasi come una disgrazia che poteva accadere a chiunque altro e di cui tutti si sono sentiti parte. Da quel giorno a Loredana i clienti non sono mancati mai, neanche la volta in cui fuori c’erano trenta centimetri di neve.
Loredana se ne accorge che i suoi clienti le prestano attenzioni, i maschi però, non le loro mogli. 
A quaranta cinque anni Loredana è una bella donna, mora, con i capelli sempre sciolti anche se al bar dovrebbe tenerli legati, vestita di nero per nascondere eventuali macchie di caffè e sulle labbra rossetto rosso, per sentirsi ancora attraente. E lo è, gli e lo dimostrano tutti.
L’unico che non può goderne è proprio suo marito Giovanni. Ma a Loredana di questo non importa, da quando ha avuto quell’incidente lei si è dedicata quotidianamente al lavoro, per crescere il figlio Luca e mantenere l’assistenza in casa per il marito. 
Ormai Luca è grande, lui sì che ha seguito le parole proprio di sua madre, di Loredana, ed ha preso il diploma all’Istituto alberghiero con il massimo dei voti, così ha trovato lavoro in uno dei ristoranti del centro, accanto a quei palazzi con il soffitto a cassettoni che tanto piacevano alla nonna.
Loredana si alza presto al mattino ma apre il bar alle 8 e 30 perché aspetta l’arrivo della donna che accudisce il marito, nel frattempo parla con Giovanni, cerca di tenerlo attivo almeno con il pensiero, gli racconta dei discorsi che fanno gli altri uomini al bar, di chi si è sposato, di chi ha aperto un negozio nuovo, mentre si occupa delle faccende di casa. Loredana è convinta che il marito sia in grado di capire le sue parole, anche se fatica a rispondere anzi, ad articolare qualsiasi suono. Abitano nella vecchia casa lasciata anche quella dal padre di Giovanni, gli infissi stanno cedendo, se nevicherà di nuovo sarà troppo freddo per lui, che sta sempre seduto, sulla sedia a rotelle.
Un cliente del bar ha promesso a Loredana che andrà a mettere gli infissi nuovi, ad un prezzo scontato, solo per farle un favore.
Loredana sa come trattare gli avventori, ha sempre un sorriso per tutti, nonostante conduca una vita affatto leggera ma sa come nasconderla e trova ogni modo per proteggerla dalle dicerie altrui.
Quando c’è la partita della Roma, anche Loredana partecipa ai cori, gioisce se c’è un goal, esprime pareri sui giocatori e tutti la accettano come fosse una di loro, della curva, solo che al momento non può vedere la partita allo stadio ma se la gode nel suo bar, dietro al bancone, davanti a quello schermo grande che da quando impera, all’Happy Bar, fa sentire gli abitanti della via un po’ più partecipi dei fatti del mondo.
Loredana è una donna scaltra, una volta si è difesa dalle avances di un cliente che aveva aspettato l’ora di chiusura per spingerla nello sgabuzzino ma lei ha urlato e si è dimenata con una tale forza che  l’uomo ha preferito lasciare in tempo la sua preda ed evitare di cacciarsi ulteriormente nei guai. Quell’uomo era di passaggio, di certo non un habitué, e il giorno dopo Loredana non ha fatto altro che raccontare a tutti l’accaduto, per dimostrare che sapeva reagire alle violenze dei vigliacchi e che, soprattutto, avrebbe deciso lei se e quando avere un altro uomo che non fosse Giovanni, quel povero marito a cui troppo presto la vita aveva negato la felicità coniugale.
"Me volevi tutta, brutto stronzo? T'ho mannato via co 'na manciata de capelli in mano. Facce 'na corda e strozzate, prima de ficcà la lingua addosso a n'altra donna!"
Non subisce l' esistenza Loredana, lei la graffia, con quelle unghie colorate di rosso che ogni giorno ripassa di nuovo smalto, perché l’acqua e i detersivi ne scalfiscono sempre piccoli segmenti e a lei non piace risultare scomposta.
Loredana non ha mai sporto denuncia e nessuno si è preoccupato di convincerla a recarsi dai carabinieri. L’Happy Bar è un luogo in cui sono in molti ad avere commesso errori passati, piccoli furti, ricettazione, spaccio, risse, animi dalla gioventù turbolenta che hanno scontato le loro pene ed hanno anche accettato la vita come un limbo che dista soltanto un passo, quello falso, dall’inferno.
Un giorno, nel mese di Agosto, a casa di Loredana arriva una lettera dell’Inps che attesta la revoca della pensione di invalidità beneficiata da Giovanni, a seguito della morte dell’uomo.
Ma Giovanni sta ancora diritto sulla sua sedia a rotelle, mangia, beve, guarda fuori della finestra, a volte abbozza pure un sorriso, anche fosse soltanto uno spasmo involontario dei muscoli facciali. Giovanni è vivo, non è morto.
“Ma che se sò impazziti? Che se magna 'sta gente?? Sto caldo j’ha dato ar cervello?! Famo, famo che è tutto 'no scherzo, se sò sbajati, sarà n'omonimo, te chiami Giovanni Gregori, se sò sbajati ma nun è che a Roma ce ne stanno tanti de Giovanni Gregori, o forse sì, alora ce devo capì! Anzi nun ce sta proprio niente da capì.E' n'errore demmerda e basta. Che ce vonno revocà?!? Mò me danno spiegazioni, mo je faccio vedé io!”
Loredana si infuria, le trema la voce, stringe i pugni per non urlare altro strazio davanti al marito. Si graffia da sola lo smalto sulle unghie per comprimere la rabbia generata da quel terribile quanto doloroso errore della burocrazia.
Poi guarda Giovanni, il marito sta sudando, dietro la schiena ha un asciugamano bagnato. E' l’estate più calda del millennio, così dicono al bar, e tutte le piante del balcone sono morte, loro sì, nell’arco di due giorni.
Quella mattina Loredana non va ad alzare la saracinesca, non aspetta nemmeno che arrivi l’assistenza, probabilmente le hanno tolto già anche quella. Con tutta la forza che l’afa le concede, carica Giovanni sulle spalle e lo sistema in auto, poi infila dietro la carrozzina.
E partono.
La donna guida in mezzo al traffico, Giovanni le è accanto e osserva la città che è meno caotica del solito, molte persone sono in ferie o in coda per il mare. Da tempo Giovanni non faceva un giro oltre le pareti dell’appartamento, nonostante quel respiro che viene dall'asfalto, sta dritto sul sedile, sembra quasi riprendere le forze.
Arrivano alla sede dell’Inps.
Loredana sistema di nuovo il marito sulla sedia a rotelle, lo spinge per il piazzale assolato e i due entrano nello stabile.
Nell’ ufficio pensioni, l’aria condizionata non funziona. Un impiegato è seduto alla scrivania con le braccia conserte, le temperature rallentano le energie ed anche il desiderio di applicarsi. L'impiegato ha però posizionato un ventilatore accanto a sé che gli concede un dignitoso refrigerio.
Appena Loredana nota il ventilatore, valica decisa lo spazio dei visitatori, afferra il marchingegno e lo sistema accanto alla sedia a rotelle del marito.
“E se quarcuno toglie ‘sto coso da qui è un uomo morto. Lui è morto, no Giovanni mio!”
L’impiegato ha un sussulto che lo risveglia dal torpore del caldo, guarda Loredana, poi si alza e si avvicina, domanda spiegazioni. La donna ormai in preda alla foga e ad un coraggio furente chiede di parlare con il Direttore. Dopo dieci minuti quello arriva, alto, smagrito, una carnagione che non vede il sole da anni, con la giacca che tradisce il sudore sotto il braccio. Su una mano stringe un fazzoletto, l'altra la allunga a Loredana.
Cosa si siano detti il Direttore e Loredana, cosa abbia detto la donna per prima non è stato mai raccontato in maniera precisa al bar. Chi dice che lei lo abbia preso a male parole, chi sostiene che gli abbia tirato in faccia la lettera, chi addirittura il ventilatore. Una cosa è certa, che non se ne sia andata fino a quando non ha ricevuto in mano la revoca della sospensione. 
C’è pure chi afferma che Giovanni, proprio lui, abbia biascicato una sola parola, in quella occasione, dopo anni di silenzio: “Vaffanculo”.
Fatto sta che Loredana e Giovanni sono poi usciti dal palazzo con tanto di scuse da parte di tutto l’Ufficio Inps.
Loredana quella mattina non ha aperto proprio l’Happy Bar, si è concessa una giornata di ferie, ha preso la direzione del mare e ha portato Giovanni a fare una passeggiata lungo il molo. Hanno anche comperato un gelato artigianale. “Te piace Giovà? Cattivo nun se po’ dì, ma manco bono. E’ mejo quello der bar nostro, vero Giovà?”.
Giovanni davanti a quel mare, con il viso della moglie difronte che gli imboccava il gelato aiutandosi con un cucchiaino, ha avuto uno spasmo muscolare.
“E’ stato er sorriso più bello che m’avesse fatto mai, sembravamo du ragazzini”.
Così Loredana lo ha raccontato a tutti, il giorno dopo, l’aspettavano, e non mancava nessuno al bancone dell’Happy Bar.

mercoledì 24 ottobre 2012

Happy Bar



Dalle 8.30 alle 21.00 questo è l’orario del bar. Ma se c’è la partita allora no, il bar non chiude fino a quando non se ne è andato l’ultimo tifoso.
Una sera la squadra perde. Finita la trasmissione tv, tutti  tornano a casa senza avere molto da dirsi, ognuno con la testa nel pallone. Loredana la barista, l’unica donna che segue le partite con il gruppo di tifosi, non deve insistere con nessuno, stavolta non hanno voglia neanche di giocare a biliardino. Loredana chiude a chiave la porta d’ingresso del bar e mette il catenaccio al cancello del cortile, poi se ne va anche lei.
Rimangono lungo la strada, lì davanti, in due. I soliti due che fanno sempre più tardi degli altri. Stanno in piedi fuori dal cortile, la schiena appoggiata al cancello.
- Che c’hai?
- Se vede?
- E come no?
- Sto demmerda!
- T’ho chiesto infatti che c’hai.
- Mi moje me farà impazzì.
- Ancora cò sta storia? Ma nun l’hai risolta?
- E come? Ce s’è messo de mezzo pure mi socero, dice che è colpa mia se lei me vole lascià. St’infartuato, je ne faccio venì n’antro!
- Colpa tua, e perché?
- Colpa mia, colpa mia, maddeche?!? E’ colpa dei sordi! Quelli che m’ha prestato proprio lui, per mette su l’attività. Adesso il vecchio li rivole! E io non ce l’ho da ridajeli allora vado a casa e sto nervoso, capisci? Come je li restituisco sti sordi, dove li pijo, nun me vole mette fretta, dice, ma io c’ho l’ansia, me sento in debito, capisci?
- Te capisco sì.
- E poi che fai, prima me li presti, ce porto a casa er pane pe tu fija e tu nipote, mica ce divento ricco, e poi me li richiedi perché te se strigne er culo, perché pensi che non ce l’hai per te? Che se l’attività nun me va bene nun te li posso ridà più?! Bella fiducia! Sto taccagno infartuato! Ho sbajato io a dije - Sì grazie - quella volta, dovevo fa tutto da solo, ma nun annavo da nessuna parte senza quer prestito. E adesso manco posso tornà a casa!
- E perché no?
- Pe a ragazzina.
- Che c’entra a ragazzina?
- Se torno mi moje inizia a urlà, me mette l’ansia dei sordi e finimo per facce la guerra, tutti i giorni è così, da du mesi, io non ce la posso fa più. Me conta tutto, dice che li dovemo restituì, dice che er padre li rivole…e che je do? Gli spicci che c’ho in tasca? Martedì  sai che m’ha detto? M’ha detto che nun sò un omo che sa mandà avanti la casa. Ma checcazzo je viè in mente? E davanti a ragazzina! Nun me va de fa sentì ste storie a mi fija no?
- No, certo che no. E mò indò vai?
- Da mi madre, torno a dormì da mi madre. A quarant’anni torno da mi madre.
- Senti, ce sei annato al consultorio? Sta qui vicino, io se fossi in te ce andrei a fa du parole, magari portace tu moje, magari ve calmate, me pare che sto fatto dei soldi v’ha rosicato a tutti e due
- Consultorio? E chemmedeve dì? Io la amo a mi moje e vojo tornà a casa. E basta. Nun me lo deve dì er consultorio.

Squilla un telefono.

- Pronto Cristì, ciao amore sto qui davanti al bar, sto a parlà co Gianni, torno tra poco.
- E’ Cristina tua? Passamela va.
- Te passo Gianni, te vole parlà, daje un consijo te se ce riesci.
- Pronto Cristì, voi donne sete tutte delle… grandissime stronzee!!!
- Ahò, ma che stai a dì, te sei impazzito?! Ridamme sto telefono!
- Oddio no, scusa!! Cristina nun era per te, scusa me so sfogato, me so bevuto tre whisky, so a pezzi Cristì, me devi capì! Anzi te dico pure che te sei una donna stupenda Cristì, sei la mejo donna che poteva stà co n’amico mio. Scusa Cristì, m’è partito er cervello! Te ripasso Andrea. T’abbraccio, sei stupenda Cristì, scusame  eh, nun era per te, me devi crede…
- Cristì, gnente, tra poco torno, nun te preoccupà, sta ddefori, poi te racconto. Ciao amo’.
- Andrè scusame tanto pure te, nun era pe Cristina, ce lo sai.
- Te devi carmà, hai capito?!
- Sì, scusame. Sto a fa un casino.
- Te lo dico pe te. Nun te fa bene tutta sta rabbia che te porti, vai a finì peggio. Mò perché so io, so n’amico tuo e lascio perde, figurate. Ma te devi pensa che c’hai pure na ragazzinaa.
- Infatti mi fija è l’unica preoccupazione mia, nun deve sentì i genitori che se scanna. Nun me frega dei sordi, de mi moje che nun me stima, dei debiti che c’ho co l’attività ma a ragazzina quella me la devono lascià vive in pace.
- Daje vedrai che anche ar socero sta fissa dei sordi je passa e tu moje capisce che ha esagerato, tu però nun te devi innervosì così. Annamo a casa va, che stasera già avemo perso, da quarche parte.
- Grazie Andrè, scusame co Cristina, nun te scordà, che quanno la rivedo je lo dico pur’io ma adesso… me vergogno troppo.
- Nun ce pensà. Nnamo.

- E grazie pure a te. Dopo stì quattro goal, se nun me sfogavo con quarcuno potevo scoppià!
- De whisky. Ce vedemo domani, se passi alle 8.30 te offro un caffè. Adesso va a dormì sennò chi te sveja pe annà a lavorà?”
- Chi? Mi madre. Stanotte o faccio io er ragazzino. Ciao Andrè.
- Ciao.